MESSAGGIO LETTO DAI FRATELLI DI PANCHO

Basilica di Sant'Ambrogio - 29 luglio 08 - Milano

Oggi siamo qui per dire ciao a mio fratello Panchito.

Parlo a nome anche di mio fratello Giuseppe, dei miei genitori, e della nostra famiglia italiana e spagnola. Anche se molti lo conoscete come Pancho, noi lo abbiamo sempre chiamato Panchito.

Era nostro fratello piccolo, e bisognava distinguerlo da altri Pancho in famiglia. Mi ricordo una storia fra mille, era l'estate dell'81, Panchito aveva 8 anni e venne con me a passare l'estate al camp Tecumseh, un campeggio negli Stati Uniti del quale molti di voi avrete sentito parlare, dove noi abbiamo tanti ricordi. Un giorno, trascorse sei settimane, ormai alla fine dell'estate, Panchito venne a dirmi che non aveva più mutande pulite. Io gli dissi di pazientare un giorno perché il servizio settimanale di lavanderia avrebbe restituito i vestiti puliti il giorno seguente. Al che lui mi chiese, sorpreso, "ma perché, c'é un servizio di lavanderia?" Spesso, soprattutto negli ultimi tempi, mi capita nella fretta o nel subconscio di chiamarlo Santiago, che é mio figlio di 5 anni, o all'incontrario, di chiamare Santiago Panchito, proprio perché noi lo abbiamo sempre visto così, come il più piccolo. Gli volevamo bene come si vuole bene a un figlio.

Per noi – la nostra famiglia – Pancho era e rimarrà sempre Panchito, non solo il più piccolo dei fratelli, ma soprattutto quello più buono, più generoso, quello più innocente, quello cui tutti volevamo più bene.

Ma chiamarlo Panchito è anche un'ironia, perché lui invece è stato grande, un gigante.

Grande di fisico, di cuore e di spirito; quelli piccoli siamo stati noi. Lui sorrideva, voleva vivere, aveva mille interessi, viaggiava, pianificava il futuro. Noi ci nascondevamo nelle nostre paure, facevamo finta di sorridere, facevamo finta di essere tranquilli. E lui stava al gioco, perché si preoccupava più lui di noi che non viceversa. Come si suol dire, era lui che guariva noi. Panchito era un grande, in tutti i sensi.

In otto anni Panchito ha subito cinque interventi chirurgici al cervello, 5 trattamenti di chemioterapia, e due di radioterapia. Il terzo intervento doveva essere l'ultimo, quello dove ci si giocava tutto, l'ultima cartuccia. Lui ne fece cinque.

Varie volte gli fu fatto capire che gli rimaneva poco tempo. Lui è andato avanti lo stesso. Non si è mai lamentato, mai.

Pochi giorni fa, ormai allo stremo - erano giorni che non diceva più una parola - il suo fisioterapista e ora anche amico Emanuele gli dice retoricamente: "Panchito, noi non molliamo". E lui, prendendo tutti in contropiede, apre gli occhi e trova la forza di rispondere "mai".

Panchito non mollava mai. Un leone, un grande.

Panchito ha vissuto alla grande. Ha dato tantissimo a tutti, è stato una fonte di felicità per tutti quelli che lo hanno conosciuto. Era sempre contento, gli bastava poco, aveva preservato l'innocenza di un bambino piccolo che si diverte con qualsiasi cosa. Poteva tornare da un viaggio alle Maldive o da un pomeriggio all'idroscalo, tu gli chiedevi, "allora Panchito come è andata?", lui rispondeva sempre lo stesso: "Fichissimo".

In uno dei tanti messaggi ricevuti in questi giorni, uno dei suoi amici Americani dice di non avere mai conosciuto una persona più contenta.

E' proprio così. Aveva un grande spirito.

Mi ricordo un cantautore dire che un sorriso é molto più commovente di una faccia triste, e subito pensai a Panchito, a quanti sorrisi e risate lui ci ha regalato.

L'ultima volta che l'ho visto sorridere era a metà giugno, quando lo portammo a Milano a fare la chemio. 2 ore di macchina nei dolori. Sei ore in ospedale a farsi mettere mezzo litro di chissà che cosa nel corpo. Era a pezzi, gli faceva male tutto. Quando lo caricammo in macchina per tornare a Genova, dissi scherzosamente qualcosa a mio fratello Giuseppe, una delle solite cavolate che ci diciamo da 30 anni e che veramente non fanno ridere nessuno. Panchito si mise a ridere. Anche in quelle condizioni, lui aveva la forza, la generosità di sorridere. Lo faceva per noi, come sempre. Un grande.

Era buono, lo è sempre stato, ma col passare del tempo e con la malattia lo è diventato ancora di più. Questa è stata la sua prova più grande. La malattia è stata spietata, lui avrebbe avuto mille motivi per incattivirsi, per cambiare, per smettere di dare. Invece ha continuato a essere lui stesso, sempre più generoso. Alla fine la malattia ha sconfitto il suo corpo, ma c'era un'altra battaglia in corso, quella col suo spirito, dove Panchito ha stravinto alla grande.

Gli ultimi otto anni ci hanno segnato in modo profondo.

Nel giugno del 2000 abbiamo cominciato un viaggio, per noi nell'ignoto, equipaggiati con poco, l'istinto di volere negare e un po' di fiducia. Noi – parlo della nostra famiglia immediata – non avevamo mai affrontato una sfida così. Abbiamo scoperto un tipo di dolore diverso, un dolore che non credevamo fosse possibile provare, una tristezza che non sapevamo esistesse. E' una ferita profonda, che rimarrà viva per sempre. Però, insieme a questo dolore enorme, e grazie a Panchito, abbiamo anche scoperto molte cose nuove, fonti di forza e di pace che non sapevamo di avere. Per esempio abbiamo imparato a stare insieme in un modo che prima non conoscevamo. Abbiamo passato tante ore sul terrazzo della casa di Genova, guardando l'immensità del mare e la linea che lo divide dal cielo, chiedendoci se dietro quella linea ci fosse una risposta, un significato a questa assurdità. Non abbiamo trovato questo significato. Però fra tutti siamo riusciti a trovare un equilibrio, ciascuno a modo suo, ciascuno con la sua personalità diversa, ciascuno con le sue armi e la sua fede, ma abbiamo trovato nell'amore per Panchito un comun denominatore che ci ha uniti in questa lotta. E Panchito sentiva questa unione, era quello che lui ha sempre voluto, che gli altri stessero bene insieme.

Abbiamo imparato un codice di comunicazione nuovo. Di fronte all'impossibilità di Panchito di comunicare con la parola, siamo riusciti lo stesso a dirci quello che dovevamo dirci. Bastava una sensazione, uno sguardo, non lo so, ma non esiste dubbio che lui sentiva la presenza di tutti quelli che gli sono stati vicini, e noi sentivamo la sua. Attraverso questo rapporto lui ha continuato a dare fino alla fine, ben oltre il momento quando non riusciva più a muoversi o a parlare.

Abbiamo imparato ad apprezzare piccole vittorie. Sentirlo dire ciao, o mangiare un boccone, o fare un cenno col capo per indicare che gli faceva piacere se qualcuno gli stirava le gambe, piccole soddisfazioni di questo tipo sono diventate per un periodo le nostre fonti di energia. A volte lo calmavamo con una semplice carezza, senza iniezioni, senza rincari di dose. Era una grande vittoria.

Di sicuro siamo diventati più umili.

A volte ci si chiede se la sofferenza che si prova in una situazione così la si prova per noi stessi o per la persona oggetto dei nostri pensieri. Credo che sia la stessa cosa, perché siamo tutti uno, siamo funzione l'uno dell'altro. Esiste una dimensione nella quale la separazione fisica diventa una pura illusione, non esiste. Esistono solo le esperienze, le sensazioni della nostra mente e del nostro spirito. Panchito era una parte enorme in questo insieme di esperienze che ci definiscono.

Panchito se ne è andato, e con lui si è portato via un gran pezzo di tutti noi.

A nome di Panchito e della nostra famiglia, voglio ringraziare dal profondo del cuore tutte le persone che lo hanno accompagnato in questo viaggio. Lui ha sempre dato tanto, ma è altrettanto vero che ha ricevuto molto.

Permettetemi due minuti.

Innanzitutto ringraziamo l'equipe medica: i Professori Gaini, Bello, Caroli, Soffietti e tutti gli altri che mi dimentico. Grazie per avere lottato insieme a noi, per avere ignorato le statistiche fino alla fine, per aver sempre bilanciato il protocollo medico con quello umano.

Grazie al gruppo medico e di sostegno che lo ha accompagnato negli ultimi mesi a Genova. Professore Henriquet e la Fondazione Gigi Ghirotti da lui guidata.

Il Professor Henriquet è una persona speciale.

Grazie anche a Leo per essersi preso cura di Panchito come di un figlio.

Emanuele, sei stato grande, se avessi conosciuto Panchito prima sono sicuro che saresti stato uno dei suoi migliori amici – lui te lo ha detto a modo suo.

Grazie a Lastminute.com, per aver appoggiato Panchito durante tanti anni.

Grazie, e grazie davvero, ai mille amici di Panchito, quelli di sempre e quelli più recenti, quelli vicini geograficamente e quelli lontani.

Panchito era un magnete, lo so, ma voi avete risposto dando tanto, non solo a lui, ma anche alla nostra famiglia. Ricorderò sempre le visite all'ospedale, quando per sapere dove si trovava Panchito bastava seguire la folla. Era una grande emozione.

Grazie alla stupenda famiglia di Veronica, per tutto l'appoggio e calore che avete prestato, in tutti i sensi. Lo avete tranquillizzato con la vostra serenità, unione, e forte fede. Abbiamo vissuto due mesi a Genova di momenti intensi, senza di voi non ce l'avremmo fatta, Panchito non poteva scegliere una cornice umana più ricca, non dimenticheremo mai.

Grazie infaticabile Paola, e grazie Gianni, Panchito mi ha detto più di una volta che le chiacchierate con te lo aiutavano molto.

Veronica, cosa dire? Siamo senza parole. Sei stata incredibile, una roccia, un punto di riferimento per tutti. Hai trovato quel punto di equilibrio fra speranza e realismo, fra lotta e pace, fra sorriso e lacrime, un equilibrio che ha aiutato Panchito nell'affrontare l'enormità della situazione.

Sei stata troppo generosa, hai capovolto i ruoli fra chi dovrebbe dare e ricevere.

Nessuno più di te si meritava l'ultima parola di Panchito, quando ti ha detto "bella".

Ora è il tuo turno di piangere, e ti staremo vicino.

Grazie a tutti voi e tutti quelli che ho dimenticato.

Potevano essere otto anni di agonia, invece avete regalato a Panchito otto anni di vita piena.

Lui li ha vissuti così, guardando sempre e solo in avanti, godendosi tutti i giorni al massimo, fino alla fine.

Non mi rimane altre che ringraziare te, Panchito, fratello, figlio, amico. Sei stato un esempio di vita, e continuerai a guidarci.

Siamo in enorme debito con te, speriamo di poter ricambiare in un'altra vita.

Nel frattempo, non ti preoccupare perché non cadremo nel tranello di cercare un senso a questo dolore. Cercheremo solo di farti giustizia diventando persone migliori, un po' più buone, un po' più come sei stato tu, forti dell'eredità che ci hai lasciato.

Stai tranquillo.

Ciao Panchito.

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